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12. Entrare nei panni di un grande pianista

Nella mia esperienza di docente di pianoforte, ho spesso verificato come gli allievi possono radicalmente, e istantaneamente migliorare, in modo anche sorprendente, semplicemente in base a ciò che essi pensano mentre suonano. Nulla di magico, naturalmente; si tratta solo di una delle tante testimonianze di come la nostra mente può inibire o liberare il nostro talento.

Molto spesso, basta chiedere ad un allievo che suona in modo inibito, o comunque tendenzialmente scolastico, di immaginare di essere un grande pianista: ad esempio, di suonare lo stesso pezzo cercando di impersonare Vladimir Horowitz. A volte, per i più refrattari, è più efficace chiedere di fare la caricatura di Horowitz. Bene, quasi sempre ne risulta un'esecuzione non solo più fantasiosa e libera, ma anche più intensa e coerente, rispetto a quella precedente. E quasi mai, a dire il vero, si riscontrano troppe somiglianze con Horowitz (artista peraltro difficilissimo non solo da eguagliare, ma anche da imitare).

Ciò che ho imparato da queste esperienze (che a volte applico anche su me stesso) è che il nostro potenziale artistico e creativo molto spesso rimane nascosto, a causa di meccanismi inibitori che ci portano ad esprimere solo una parte minima delle nostre intenzioni e intuizioni. Perché accade questo? Forse perché tendiamo a focalizzarci più sul controllo dei nostri difetti (dunque enfatizzandoli!) che non sulla musica in sé. E se l'obiettivo è “non fare errori” o “non produrre una brutta sonorità” o “non esagerare con il pedale”, forse otterremo il risultato che ci siamo prefissati, ma che non coincide affatto con la nostra reale, globale intenzione espressiva. Quindi può bastare “distrarre” la nostra mente da questi meccanismi di controllo inibitori, ad esempio forzandola a concentrarsi sull'imitazione di un altro pianista, per lasciare uscire con maggiore naturalezza, e finalmente senza ostacoli, la nostra reale individualità artistica.  

Spesso nei miei master class gli allievi non si rendono conto che la loro “imitazione” di un grande pianista dà luogo ad una interpretazione migliore, e continuano a credere che si tratti, invece, di una esecuzione esagerata o caricata. Ma basta registrarli, e fare riascoltare e confrontare le due versioni per porli dinanzi al fatto reale.

Naturalmente, non sostengo che per suonare meglio bisogna sempre pensare di essere qualcun altro. Ma questo esperimento può funzionare come un apripista: è un modo per scoprire nuove potenzialità artistiche rimaste magari ancora sopite. Dopo tutto, i master class servono a questo: a far trovare ad ogni allievo, attraverso il confronto con l'esterno, il grande artista che è già dentro di lui.

 

Roberto Prosseda

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