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8. Scegliere il dito giusto

La scelta della diteggiatura è un aspetto determinante per la risoluzione di molti passaggi. Molti compositori che furono anche pianisti, come Chopin, Schumann e Liszt, hanno scritto di proprio pugno le diteggiature sulle loro partiture, poiché la scelta di un determinato assetto della mano, dato da quella particolare diteggiatura, condiziona anche il risultato timbrico e la forma dinamica di una frase musicale.

Nella scelta delle diteggiature è quindi fondamentale prendere subito in considerazione le soluzioni suggerite dai compositori, e cercare di capire l’intenzione che si cela dietro: spesso, specie nel caso di Schumann o di Chopin, le diteggiature proposte possono sembrare astruse, ma a ben vedere “costringono” la mano ad assumere un assetto che produrrà un timbro particolare, voluto dal compositore.

Qualora la diteggiatura non sia indicata dall’autore, bensì dal revisore, vale sempre la pena provarla e verificare quale sia l’effetto nell’esecuzione. Alcune edizioni delle Sonate di Beethoven, ad esempio, sono diteggiate da grandi pianisti (Schnabel-Curci, Arrau-Peters, Perahia-Henle), così come nei concerti di Mozart sono spesso illuminanti le diteggiature di Christian Zacharias.

Vale sempre la pena, comunque, e specie nei casi in cui il “diteggiatore” non sia un eccelso pianista, di provare e ricercare altre diteggiature, per rendersi conto di come un diverso assetto della mano comporti un conseguente risultato musicale.

La scelta di una diteggiatura, infatti, influisce su altri aspetti dell’esecuzione: costringe ad assumere una diversa posizione della mano, a raggruppare e a pensare le note diversamente, a distribuire diversamente il peso. Anche la gestione dello sguardo sulla tastiera sarà dipendente dalla diteggiatura, in quanto dovrà concentrarsi sui cambi di posizione determinati proprio dai raggruppamenti di note imposti da ciascuna diteggiatura.

La scelta della diteggiatura deve essere dettata dalla nostra intenzione musicale, prima ancora della comodità di esecuzione. Ad esempio, se useremo il pollice su una nota, otterremo probabilmente un attacco “in giù”, mentre se vogliamo sfumare la nota useremo un altro dito, più compatibile con il movimento ascendente del polso, necessario per ottenere un attacco “in su”. In base, dunque, all’articolazione e alla dinamica che vogliamo ottenere, sceglieremo una diteggiatura adeguata.

Nel diteggiare una scala, è utile guardare alle armonie che si attraversano, per scegliere su quale nota passare il pollice. Infatti nei cambi di posizione, quindi anche nei tasti suonati dal pollice nelle scale ascendenti, può avvenire un involontario accento. La scala di do maggiore, ad esempio, funziona armonicamente meglio se si volta il pollice sul sol (grado fondamentale dell’accordo di sol maggiore, dominante di do) piuttosto che sul fa, come invece siamo stati abituati dalla tradizionale diteggiatura scolastica.  

La scelta della diteggiatura va sempre abbinata alla scelta dell’assetto della mano e del braccio con che adottiamo per suonarla. Infatti la stessa diteggiatura può funzionare più o meno bene in base a come teniamo il polso e l’avambraccio, all’orientamento della mano e alla posizione delle dita (rotonde o dritte). Tutti questi dettagli non sono indicati dai numeri delle diteggiature, ma possono facilmente essere dedotti in base all’esperienza. Ad esempio, la diteggiatura 1-2-4-5 dell’inizio dello Studio op. 10 n. 1 di Chopin sarebbe impossibile se si tengono le dita rotonde, mentre funziona benissimo se apriamo la mano e accompagniamo il suo movimento con una leggera rotazione, per agevolare il dito che suona. Lo studio delle diteggiature va, dunque, abbinato ad una particolare cura dei movimenti della mano: è importante sempre anticipare il posizionamento di ogni dito sul tasto, e programmare un modo consapevole lo sguardo, specie nei cambi di posizione della mano. Una diteggiatura che funziona ci consentirà sempre di preparare i cambi di posizione con il necessario agio, e senza costringere la mano e il braccio a movimenti bruschi o scomodi. Viceversa, spesso un precario controllo del suono, o un involontario accento, sono causati da una diteggiatura non opportuna o non sufficientemente supportata dal giusto assetto della mano. 

Anche diteggiature apparentemente inutili sono, in realtà, spesso funzionali ad una migliore esecuzione. È il caso del cambio di dito sulla stessa nota, pratica molto comune nelle diteggiature di Chopin: egli spesso usa il passaggio del dito su una nota tenuta per costringere il nostro orecchio a legare meglio una frase. Quando, infatti, cambiamo il dito sulla stessa nota tenuta costringiamo il nostro orecchio a ri-ascoltare la risonanza della nota, come se la dovessimo risuonare, e ciò ci aiuta a connettere la risonanza della nota a quella seguente.

Un altro principio utile nella scelta della diteggiatura è quello del “fresh fingering”: nei passaggi di scale o arpeggi capite spesso di “ripassare” sullo stesso tasto a breve distanza. In questo caso, per evitare un’espressione ripetitiva, è utile tornare sullo stesso tasto con un dito diverso, per rendere il fraseggio più vario e meno prevedibile.

Una diteggiatura inopportuna può spesso essere la causa di errori reiterati. Nel caso di passaggi irrisolti, è utile provare a suonarli con diteggiature diverse, e a volte ciò può risolvere istantaneamente problemi tecnici.

Il cambio di una diteggiatura a cui siamo avvezzi, tuttavia, va fatto con prudenza e non a ridosso di un concerto o esecuzione pubblica, in quanto per modificare gli automatismi occorre del tempo e uno studio metodico.

 

Roberto Prosseda

 

 

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