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8. Musicisti e immagine: glamour, imitatori e funzionari della musica

Guardando ai diversi approcci con cui i musicisti classici si pongono nei confronti del pubblico e dei media, appare evidente come l’immagine e la comunicazione abbiano un ruolo sempre più importante per determinare il successo professionale. È importante, quindi, che ogni artista si prenda cura di come la propria immagine viene gestita e veicolata.

Per taluni musicisti in carriera, tuttavia, pare che l’obiettivo primario non sia far musica nel migliore dei modi, cercando di essere il più possibile sinceri e fedeli alle intenzioni dei compositori, ma implementare il proprio successo personale tramite un attento lavoro sull’immagine, “usando” la musica per i propri fini personali: sono i “musicisti-glamour”. E, quando la cura dell’apparenza supera di gran lunga l’attenzione sul contenuto, vengono dubbi sull’autenticità di questo approccio. Il successo, però, spesso arride ai musicisti-glamour, e ciò dimostra come il pubblico, purtroppo, sia sempre più sensibile agli ammiccamenti di una bella foto in copertina o su un poster di un concerto, di pari passo con la sempre minore consapevolezza musicale dell’ascoltatore medio, pronto a lasciarsi illudere da attente campagne di marketing.

Molti musicisti seri[osi] sono, ovviamente, critici verso i “musicisti-glamour”, ai quali peraltro invidiano la facilità con cui arrivano al successo. Esiste, però, anche un eccesso opposto, quello dei “funzionari della musica”: costoro sono ancora troppo ancorati a realtà accademiche, e inconsciamente ripropongono schemi musicali e rituali formali appresi dai propri insegnanti o modelli, senza una reale coscienza del proprio ruolo nell’attuale società. Anche per loro, l’attenzione non è focalizzata sulla musica in sé, ma, paradossalmente, ancora una volta sull’immagine: un’immagine, però, niente affatto glamour, ma volutamente grigia, che si ostina a riproporre formalità e atteggiamenti che potevano forse avere un senso 50 anni fa (ma già allora vi erano grandi musicisti come Glenn Gould o Leonard Bernstein che erano per natura allergici ai cliché esteriori del “musicista classico”). I “funzionari della musica”, privi di individualità e sincerità, relegano il loro ruolo a quello impiegatizio di riproporre stilemi preesistenti. Così facendo, assumono una posizione paradossalmente simile a quelli dei musicisti glamour, con cui condividono l’assenza di motivazioni artistiche radicate e di un sincero messaggio da condividere: anche per loro, ciò che conta è il successo. Con la differenza che di solito non lo ottengono, tranne, forse, nei concorsi in cui anche le giurie sono composte da altrettanti “funzionari” (ossia dai loro insegnanti).

Vi è, inoltre, una terza categoria, non meno legata al culto dell’immagine (altrui): quella dei “musicisti imitatori”. Sono quelli che imitano consapevolmente modelli di grandi artisti, ma limitandosi all’apparenza: violinisti che fanno il verso a Uto Ughi o Jasha Heifetz, pianisti che tentano di reincarnarsi in Glenn Gould o Michelangeli. Ma un giovane pianista che ripropone la compassata ed elegante gestualità di Arturo Benedetti Michelangeli difficilmente ne potrà replicare anche il geniale carisma (che era peraltro originale: Michelangeli non imitava nessun altro). E, se anche riuscisse nella copia perfetta di un’esecuzione storica, siamo proprio sicuri che ciò abbia una utilità oggi? Che sia frutto di un suo sincero sentire? Un artista non dovrebbe essere soprattutto se stesso, e di conseguenza originale, portatore di un “proprio” messaggio artistico, da promulgare con coraggio, anche a costo di rompere schemi consolidati?

 

Roberto Prosseda

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