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2. Il concerto visto dal palcoscenico

Il concerto è un momento unico, in cui un'artista ha l'opportunità di trasmettere al pubblico le proprie idee ed emozioni in modo diretto ed intuitivo. Tuttavia, vi sono molti elementi che influenzano la comunicazione acustica ed emotiva della musica: questa non coincide esclusivamente con le intenzioni espressive dell'esecutore, ma è in parte determinata sia dalle sue condizioni fisiche e psicologiche, sia da numerosi parametri esterni, che possono variare da un giorno all'altro, se non anche durante la stessa serata.

Naturalmente, lo strumento ha un'influenza fondamentale: può subire sensibili alterazioni le oscillazioni della temperatura o dell'umidità ed assumere una sonorità completamente diversa in base all'acustica della sala. Per i pianisti e gli organisti il problema è più complesso, poiché devono cercare di ottenere il massimo da uno strumento che non conoscono, e che può essere molto diverso dal proprio. Nel pianoforte, ad esempio, le variabili sono molte: il timbro, la risposta dinamica, la lunghezza del suono, il peso e la corsa della tastiera, e addirittura le dimensioni dei tasti neri, che possono essere più o meno lunghi, o più o meno rastremati. La preparazione tecnica del pianoforte, che comprende l'accordatura, l'intonazione e la messa a punto della meccanica, è un altro elemento particolarmente importante: molti pianisti sanno come lo stesso strumento possa migliorare incredibilmente se viene curato da un tecnico di primo livello. Anche la panca può creare non pochi problemi: può essere rumorosa, instabile, inclinata o non perfettamente regolabile, e non sorprende quindi che molti decidano di portarla con sé.

Il palcoscenico è un elemento determinante per la riuscita di un concerto. In molti teatri antichi esso non è in piano, ma in discesa verso la platea, e costringe gli esecutori (specie i pianisti) a suonare con il baricentro spostato. Nei casi più “gravi”, si usano degli spessori da porre sotto la ruota destra del pianoforte; a rigor di logica, questi andrebbero posti anche sotto la panchetta, per mantenerla sullo stesso piano. Sembrano inezie, ma tutti questi aspetti richiedono un particolare adeguamento nel calcolo delle distanze e della forza da imprimere alle dita, che spesso influisce anche sul risultato artistico dell'esecuzione. Non stupisce, pertanto, che i pianisti più pignoli vadano in giro con la livella per verificare la pendenza della tastiera!

L’acustica dell’auditorium può altamente valorizzare (ma anche rovinare!) una performance concertistica. Una buona sala deve pure restituire all'esecutore un attendibile riscontro auditivo sul palco, consentendogli una verifica continua del suo lavoro, per stimolarlo a ricercare ulteriori dettagli espressivi. Al contrario, un'acustica poco funzionale, sia essa troppo secca o troppo ridondante, può costringere l'artista ad una radicale modifica dei parametri esecutivi (velocità, dinamica, articolazione), rischiando di limitare sensibilmente l'efficacia della comunicazione.

La concentrazione dell'interprete è soggetta a molteplici disturbi sonori o visivi presenti in sala: essi spesso influiscono in modo determinante sull'esecuzione. I rumori regolari, come ticchettii di orologi o gocce d'acqua, possono avere un "effetto metronomo" che crea interessanti giochi poliritmici... Anche le luci e i colori che circondano l'interprete ne influenzano il rendimento, alterando a volte la percezione acustica dei suoni. Le relazioni tra vista, udito ed olfatto sono state oggetto di numerosi studi scientifici, che hanno rivelato interessantissime conseguenze sulle capacità sensoriali. Ciò vale, naturalmente, anche per gli ascoltatori.

I rumori del pubblico costituiscono un problema più complesso, poiché l'artista li percepisce in gran parte come una reazione alla propria esecuzione. Anche un innocente colpo di tosse, quindi, può per lui rappresentare il sintomo di un insuccesso, o per lo meno di un'insufficiente tensione espressiva. Il rapporto con il pubblico è diverso in ogni concerto. L'artista tende sempre a farsi un'idea precisa di coloro a cui si rivolge, a volte individua una o due volti che diventano inconsapevolmente i suoi interlocutori, e magari cerca di carpire le loro reazioni durante gli applausi. Quasi nessuno ritiene di dover cambiare la propria interpretazione in base al tipo di pubblico che trova, tuttavia ciò accade molto spesso, quasi sempre inconsciamente. È naturale che, se si crea una certa complicità tra gli ascoltatori e l'artista, questi sarà più a suo agio, sentirà la loro fiducia e saprà dare il massimo per soddisfarne le aspettative. Al contrario, se avvertirà una diffidenza in base al tipo di applausi, ai rumori di sala, o semplicemente al proprio istinto, il concerto sarà tutto in salita. Perciò è bene conoscere le abitudini dei vari pubblici, così da non fraintendere le loro reazioni: giova sapere, ad esempio, che a Tokio si applaude meno che a Città del Messico, o che i fischi di New York hanno un significato opposto di quelli di Milano.

Esistono, inoltre, alcuni elementi apparentemente trascurabili che influenzano il rendimento del concertista: la pressione atmosferica, la temperatura, le ore di sonno, l'alimentazione, le preoccupazioni familiari, il successo della squadra di calcio per cui tifa, e tanti altri aspetti della vita quotidiana. Ognuno affronta questi problemi in modo diverso: c'è chi si rinchiude in ritiro per diversi giorni prima del concerto, o chi ascolta la partita di calcio fino a quando non deve entrare sul palco!

L'aspetto a cui i musicisti danno maggior importanza nella preparazione di un concerto è lo studio del repertorio in programma. Si cerca di limitare al minimo i margini di errore, per poter affrontare e risolvere al meglio tutti gli imprevisti di cui sopra. A mio parere, tuttavia, la qualità della preparazione tecnica non è in un perfetto rapporto di causa/effetto con il risultato in concerto. Spesso un programma ipercollaudato, limato nei minimi dettagli, riesce meno bene di un altro più difficile e preparato in meno tempo. Ciò non dipende soltanto dalle contingenze esterne, ma anche da una maggiore attenzione e da un superiore impegno che spesso sono presenti nei concerti più "a rischio". E la consapevolezza di non aver messo a punto perfettamente tutti i dettagli può anche influire positivamente, stimolando una ricerca della magia estemporanea che renda il concerto un'esperienza unica e significativa per il pubblico. La preparazione minuziosa del programma serve principalmente a dare sicurezza psicologica all'interprete, ma si può convertire in uno svantaggio se va a limitare la creatività dell'interpretazione concertistica.

In conclusione, la maggior parte di ciò che influenza il risultato di un concerto è indipendente dalla buona volontà dell'artista. Tuttavia egli può rendersi la vita più facile se riesce a raggiungere una concentrazione sufficiente a dimenticare ciò che può disturbare il suo rendimento. Concentrazione non significa, però, chiusura totale verso l'esterno. Anzi, la creatività musicale si alimenta proprio con stimoli extramusicali, e, com'è ovvio, più un artista ha esperienze di vita profonde e molteplici, più la sua musica sarà altrettanto ricca ed interessante.

L'interpretazione, peraltro, non può essere ermeticamente conservata uguale a se stessa, ma si adegua naturalmente alle vicende umane dell'individuo e della cultura che lo circonda. Per questo è fondamentalmente inutile cercare di copiare da altri artisti, o rincorrere un'idea perfetta di esecuzione in base al ricordo di una serata particolarmente riuscita: magari la stessa identica interpretazione non si adatterebbe ad un contesto diverso, e risulterebbe poco efficace in termini di espressione emotiva. In fin dei conti, la musica esiste solo in base a quanto è percepito da ognuno. La preoccupazione maggiore per un concertista dovrebbe essere, quindi, di comunicare al meglio le proprie idee e la propria interiorità, attraverso il messaggio musicale lasciato dai grandi compositori del passato (o, perché no, del presente).

Ci avviamo verso un mondo in cui la perfezione tecnica e l'oggettività rischiano di diventare un'ossessione. Forse è compito della musica, di chi la produce e di chi ne fruisce, fare in modo che la poesia e l'imprevedibilità dell'arte continuino ad arricchire e valorizzare la nostra esistenza.

 

Roberto Prosseda

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